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OPERE
di VITTORIO GRIGOLO



Che cos’è la verità?
Le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose
della verità.
(Friedrich Nietzsche)
di Ivan Quaroni
Quando si affronta un argomento come la menzogna, il primo
problema è tentare una definizione del suo opposto,
ossia della verità. Una volta stabilito il concetto
di veridicità, diventa più facile definire
ciò che ad esso non si conforma. Che cos’è
la verità, dunque? Ma soprattutto, l’individuo
che formula una tale domanda è davvero in grado di
pervenire ad una risposta oggettiva ed inequivocabile?
Se la verità è l’indiscutibile evidenza
delle cose, allora essa coincide con la realtà. È
vero ciò che è reale, ciò che esiste
ora, davanti alle nostre percezioni e che non può
essere smentito. Ad esempio, la pioggia è un fenomeno
reale, perciò in presenza di tale manifestazione
atmosferica è valido, e insieme veridico, l’enunciato
“oggi piove”. Eppure, di fronte ad eventi meno
semplici, come le azioni umane, pervenire alla verità
diventa una faccenda complicata. Come una sorta di deus
ex machina entra in scena l’interpretazione. Di fronte
a fenomeni complessi, l’uomo ricorre a ciò
che i filosofi chiamano “ermeneutica”, una pratica
cognitiva che combina analisi e intuizione, ma che, sfortunatamente
non garantisce risultati oggettivi. Come ha ironicamente
scritto Mark Twain, “prima raccogli i fatti, così
in seguito potrai distorcerli come ti pare”.
Interpretare significa, infatti, tradurre, dunque “tradire”
la verità originaria. La realtà, così
come la percepiamo, non è necessariamente “vera”.
Per giungere alla verità, direbbe Schopenhauer, bisogna
lacerare il velo di maya che ricopre la realtà come
un sottile strato di illusioni. Per Jaques Lacan il velo
di Maya è l’io, cioè la dimensione conscia
dell’individuo, che non è il dato originario
della vita psichica dell'individuo, ma un costrutto culturale.
Per lo psicanalista francese la verità risiede nell’inconscio,
dove si agitano le emozioni ancestrali del desiderio e del
godimento. In sostanza, il principio di piacere freudiano
ribadisce quanto già rivelato da Schopenhauer e ancor
prima dal buddismo, ossia che la verità è
il desiderio, che è insieme sofferenza e sostanza
stessa della vita stessa.
Allora, dopo queste brevi conclusioni sulla natura della
verità, è lecito chiedersi che cosa sia mai
la menzogna. Si sarebbe tentati di affermare che è
mendace tutto ciò che non corrisponde alla genuinità
degli istinti primari. In pratica, tutti i prodotti della
società civile, come la cultura, che sono attributi
esclusivi dell’uomo. “Un animale può
essere feroce e anche astuto”, ha scritto H. G. Wells,
“ma per mentire bene non c’è che l’uomo”.
Ora, dal momento che l’arte è una forma di
cultura, se ne dovrebbe dedurre la natura fondamentalmente
illusoria. Pablo Picasso ha definito l’arte come “la
menzogna che ci permette di conoscere la verità”,
un’affermazione che riecheggia in Theodor Adorno,
quando afferma che “l’arte è magia liberata
dalla menzogna di essere verità”. Insomma,
l’arte è per definizione ingannevole, ma lo
è tanto apertamente da risultare sincera. È
un paradosso che William Xerra affronta mirabilmente nella
serie di lavori intitolata Io mento, un ciclo iniziato alla
fine degli anni Novanta e presentato nel 2002 alla Fondazione
Mudima insieme ad un vero e proprio manifesto, letto in
video da Pierre Restany, da cui promanano le locuzioni intorno
alla natura mendace dell’artista. Frasi come “io
mento lo spazio tra significante e significato”, “mento
sulla verità come inganno”, o ancora “mento
sulle mie contraddizioni” definiscono immediatamente
i confini della questione. Il fatto che l’artista
ammetta di mentire potrebbe, infatti, indurci a credere
ch’egli dica, almeno in questo, la verità,
ponendo così l’arte in una posizione privilegiata,
nonché ambigua, di liminare sospensione tra la realtà
e l’illusione. Tuttavia, come osserva Lacan, “È
assolutamente chiaro che l’io mento, malgrado il suo
paradosso, è perfettamente valido”. Questo
perché, come già detto, l’io cosciente
è per lo psicanalista la sede della menzogna. Qui
però non è solo l’io dell’artista
l’oggetto dell’analisi dubitativa di Xerra,
ma l’arte stessa, il suo dominio operativo, le sue
modalità, le sue finalità. I manifesti della
serie “Io mento” rappresentano questo conflitto
tra verità e menzogna, che è poi intrinseco
allo statuto dell’arte, ma sono anche luogo di un’altra
significativa polarità, quella tra immagine e parola,
che accompagna fin dagli esordi la ricerca dell’artista.
Rifacendosi al linguaggio della cartellonistica pubblicitaria,
quindi all’advertising come strategia codificata della
menzogna, Xerra affronta il problema in modo diretto. Sovrapponendo
la parola scritta, che è un elemento astratto, all’immagine
fotografica, che si suppone realistica, l’artista
ribadisce la succitata dicotomia tra illusione e realtà.
Qui ad essere ingannevole non è solo il nesso tra
il frammento iconografico e il frammento linguistico, ma
è il frammento in quanto tale, che ostruisce la visone
globale. Cosi, il significato letterale o allegorico di
ogni singolo manifesto non è che la tessera di un
puzzle. E allo stesso tempo, l’indagine di ogni artista
diventa il tassello di quel mosaico più ampio che
è l’arte, la quale rispecchia, a sua volta,
lo stato di frammentazione della realtà. Come ha
giustamente osservato Loredana Parmesani, “la stessa
ricerca artistica è messa in discussione, in quanto
ogni dato è incerto e inattendibile e di fronte ad
essa lo spazio si riempie di realtà che potremmo
definire autenticamente finte”. Xerra ha il merito
di aver chiarito che il compito dell’arte è
quella di operare attraverso una coscienza critica e scettica,
facendo del dubbio un atto di fede, come scrisse Restany
in calce al manifesto del 2002.
Attraverso opere che ibridano pittura, fotografia e ricamo,
il punto di vista di Florencia Martinez sulla menzogna è
legato all’indagine sulla natura dei rapporti umani,
all’esplorazione delle fragilità e dei paradossi
che attraversano l’esistenza. È un approccio
meno programmatico, più partecipe, in cui è
possibile avvertire l’alternarsi di emozioni forti,
che oscillano tra rabbia e ironia, gioia e malinconia. Il
suo è, infatti, un modus operandi più incline
al racconto, che non all’analisi, in cui la rappresentazione
è il risultato di una meditazione empatica sull’oggetto.
Quando Florencia Martinez tratta il tema della menzogna
nell’infanzia, come nel caso delle opere I vincitori
e Io sono Dio, lo fa un misto di compassata e divertita
partecipazione. In un caso, quello dei bambini vincitori
su di un temibile branco di squali, l’artista illustra
un tipo di menzogna innocente, legata alle dinamiche evolutive
dell’infanzia. Si sa che nel bambino la distinzione
tra menzogna e verità è il risultato di una
conquista graduale. Sándor Ferenczi, infatti, considerava
la bugia infantile come un meccanismo che serve a mantenere
intatte le illusioni di onnipotenza del bambino. La vera
menzogna, secondo Melanie Klein, sopraggiunge piuttosto
con il declinare del potere genitoriale. Nell’opera
Io sono Dio, la menzogna è meno innocua, poiché
l’onnipotenza infantile, se non risolta durante la
crescita, può assumere forme patologicamente gravi.
L’opera di Florencia Martinez denuncia quindi il pericolo
di sconfinamento dell’onnipotenza infantile nell’età
adulta. Un tema, che si ricollega anche ai lavori più
recenti, quelli del ciclo L’amore mio buonissimo,
che indaga appunto le idiosincrasie e le nevrosi degli uomini.
L’artista prende in esame gli annunci delle chat in
internet, in particolare quelle dedicate agli incontri sentimentali,
per dimostrare come gli uomini proiettino un’immagine
falsa e illusoria di sé, come nel caso dell’opera
Le mie caratteristiche, dove la bizzarra figura di un uomo
a cavallo si accompagna a parole come “dolcezza”,
“sensibilità”, “coraggio”,
“tenacia”, “intraprendenza”, “entusiasmo”,
“generosità”, “lungimiranza”,
una summa di virtù raramente riscontrabili in una
sola persona. In Cerco una donna, invece, mette in luce
l’aspetto inquietante di certi annunci, in cui emergono,
come ombre sinistre, i segni di manie, ossessioni e altri
disturbi della personalità. Qui, come nell’opera
Posso dire di essere una persona normale, è l’immagine
della donna, ancora una volta nuda e fragile, a fare da
chiave di volta, opponendosi al contenuto ingannevole delle
inserzioni.
Un’attitudine completamente differente nei confronti
della menzogna è quella di Andy, artista poliedrico,
musicista, Dj e pittore che assume il trucco e il travestimento
come componente essenziale della propria indagine. Come
ha scritto Oscar Wilde, “ogni uomo mente, ma dategli
una maschera e sarà sincero”. Ora, l’impronta
dichiaratamente artificiale dei dipinti di Andy è
il segno che l'artista non solo ha accettato la natura illusoria
del mondo, ma l'ha metabolizzata, trasformandola addirittura
in linguaggio e quindi in uno stile pittorico. I cartoni
animati, le icone rock, i videogame, i giocattoli degli
anni Ottanta diventano allora sinonimi di un ripiegamento
dell’individuo su se stesso, sulle proprie memorie
infantili e adolescenziali. È un ripiegamento ironico,
d’accordo, ma che rispecchia, in qualche modo, l’immaginario
infantilizzato della generazione di trentenni e quarantenni,
che la scrittrice americana Lee Nichols ha definito “adultescente”.
Non è un caso che la televisione sia il soggetto
dell’unica opera in mostra di Andy. Più precisamente,
si tratta di un monoscopio, un'immagine televisiva che serviva
per calibrare la luminosità, il contrasto, la saturazione
e la sintonia di un apparecchio TV. Gli inglesi lo chiamano
test pattern, per via della sua struttura geometrica a bande
colorate orizzontali e verticali, ma nell'epoca delle prime
televisioni private era diventato il simbolo della fine
delle trasmissioni. L'opera di Andy è una sineddoche,
dove il monoscopio indica la televisione, lo strumento di
falsificazione per eccellenza, capace d'ispirare, con la
sua sinistra influenza, 1984, il capolavoro distopico di
George Orwell.
Una rete, ma non televisiva è, infine, la protagonista
del tableau di Vittorio Grigolo, celebre
tenore, per l'occasione prestato all'arte. L'opera, un caotico
intreccio di griglie e fili metallici che imprigionano due
mani, è una sorta di confessione autobiografica,
una denuncia delle delusioni e degli inganni subiti durante
i primi anni della sua carriera. Realizzata dopo il successo
del primo album, Oltre la rete (questo il titolo del quadro)
è l'espressione di una rabbia autentica, la trascrizione
ex post di un'esperienza vissuta, quindi veridica. Tra tutte
le opere in mostra, è senza dubbio la più
prossima ad esprimere una verità innanzitutto esistenziale,
poiché non si presenta come il risultato di una ricerca
linguistica e formale, ma piuttosto come l'impressione immediata
di una emozione. “Dal punto di vista pittorico”,
afferma, infatti, Grigolo, “non sono nessuno, tranne
che me stesso in uno spazio limitato dove imprimo i miei
stati d'animo”. Ed è proprio questa mancanza
di malizia, questa assenza di sofisticazione a rendere la
sua testimonianza sincera. Tuttavia, in arte, si sa, vale
la massima di Oscar Wilde secondo cui “poca sincerità
è pericolosa e molta è assolutamente fatale”.
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